Perché piantiamo nuovi alberi

Giu 25, 2021 | Cambiamenti climatici & Sostenibilità

Gli impegni internazionali di riforestazione si susseguono ormai numerosi. Alla Billion Tree Campaign promossa dal Programma ambientale ONU nel 2006 sono seguite la Bonn Challenge del 2011 e l’altisonante One Trillion Trees Initiative lanciata in occasione del World Economic Forum 2020.

Mettere a dimora un nuovo albero è un’azione importante e che sposiamo appieno: ad oggi VAIA ha contribuito a piantare, in collaborazione con Etifor e i corpi forestali locali, più di 17.000 piantine di larice e abete rosso nei territori dolomitici. Entro fine anno, puntiamo ad arrivare a 50.000. Gli alberi sono per circa un quarto carbonio, e durante la loro crescita immagazzinano approssimativamente quattro volte il loro peso in anidride carbonica. Questa “tecnologia” di riduzione della CO2 è provata e pronta per essere utilizzata su vasta scala, a differenza di altre soluzioni ancora in fase sperimentale.

Le azioni di riforestazione tuttavia possono essere più o meno efficaci, non solo in termini di cattura dell’anidride carbonica ma anche da un punto di vista ecologico. Dati gli obiettivi limiti di alcune campagne di rimboschimento, sorge la domanda: perché piantare nuovi alberi? E soprattutto, ci sono modi migliori per farlo?

Quando la riforestazione fallisce: il rischio “deserto verde”

I progetti di forestazione su vasta scala nascono dopo la Seconda Guerra Mondiale per rimettere in sesto il patrimonio boschivo nazionale, perlopiù con finalità economiche. Le prime metodologie riconosciute a livello internazionale per monitorare l’impatto climatico di tali iniziative hanno visto la luce nel 2005. Negli ultimi anni sono emerse luci e ombre riguardo i risultati effettivamente raggiunti; l’espressione “rischio deserto verde” riassume in maniera calzante tutto ciò che può andare storto nelle operazioni naturebased di contrasto ai cambiamenti climatici.

Iniziamo dal track record degli impegni volontari presi fino ad ora da numerose nazioni. Documentando lo stato di avanzamento della Bonn Challenge, alcuni ricercatori hanno cercato di identificare i fattori di rischio per la buona riuscita dell’iniziativa. Dei 150 milioni di ettari previsti di foresta recuperata entro il 2020, poco meno della metà è stata raggiunta. Per prevedere la fattibilità di ciascun impegno nazionale, è sufficiente guardare al rapporto tra la superficie promessa e quella effettivamente disponibile, ai tassi di deforestazione, e al successo delle precedenti campagne di sviluppo sostenibile. C’è il rischio concreto che con l’avvicinarsi delle scadenze i Paesi ritardatari facciano affidamento su piantagioni di varietà esotiche commerciali o sul ripristino di aree colpite da incendi – un successo formale che invalida gli obiettivi di conservazione della biodiversità e di sequestro della CO2.

Circa la metà delle superfici impegnate dalla Bonn Challenge sono monocolture: si stima che esse immagazzinino un quarantesimo della CO2 intercettata nel lungo termine dalla medesima area di foreste naturali. Le tempistiche di raggiungimento degli obiettivi favoriscono questo tipo di soluzioni, così come le modalità di finanziamento, che promuovono interventi dai target facilmente quantificabili. È molto più facile dare un numero a una serie di pini messi in fila, anziché alla rigenerazione organica di un’area lasciata a se stessa.

Tre casi studio

Le difficoltà emerse nel caso della Bonn Challenge sono comuni ad altre iniziative.

Secondo un recente studio, i sussidi elargiti dal governo cileno tra il 1986 e il 2011 per supportare gli interventi di forestazione non hanno aumentato la superficie boschiva netta. Essi hanno con ogni probabilità ridotto la biodiversità, poiché l’aumento delle superfici a monocoltura è andato a discapito dell’estensione delle foreste originarie.

Gli approcci monocolturali hanno mostrato altri terribili svantaggi, anche di difficile previsione. Uno dei peggiori incendi canadesi, avvenuto a Fort McMurray nel 2016, è scaturito dalla conversione di zone acquitrinose in foreste di peccio nero, frutto di una politica locale degli anni Ottanta orientata alla produzione di legno da taglio. Il drenaggio della torba, unito alla concentrazione di conifere relativamente giovani dalla chioma troppo vicina al terreno, ha creato le condizioni ideali per l’incendio in tempi di siccità, con un gigantesco e immediato rilascio di CO2.

Il monito è chiaro: la cattura di anidride carbonica attraverso le piantumazioni non è una soluzione di lungo periodo, ed è severamente esposta ai rischi di incendio. Una conclusione simile è stata riscontrata per alcune strategie cinesi di forestazione, che a causa di una scelta errata delle specie messe a dimora avrebbero aumentato i rischi di siccità e abbassato la falda freatica. In determinate condizioni, le praterie possono garantire uno stoccaggio del carbonio più duraturo nel tempo.

Questi casi emblematici evidenziano una semplice verità: politiche di riforestazione errate possono essere peggiori di un mancato intervento. Diventa per questo ancora più importante comprendere quali tecniche selvicolturali possono produrre un beneficio netto, in una sfida così complessa e piena di incognite qual è l’interazione con gli equilibri naturali.

Il giusto approccio

Vi abbiamo raccontato in precedenza come il ripristino delle foreste colpite dalla tempesta Vaia segua le linee guida della rigenerazione naturale, limitando gli interventi artificiali alle aree a maggior rischio. Una scelta frutto dell’evoluzione delle tecniche selvicolturali, ma non solo: i budget a disposizione dei Corpi forestali sono stati erosi dal progressivo declino della rilevanza economica dei boschi – un trend visibile anche Oltreoceano, come testimonia l’esperienza di ripristino dell’Eldorado National Forest, in California.

La rigenerazione naturale ha il pregio di affidare alla Natura stessa la selezione delle specie più adatte a crescere in una specifica posizione. La biodiversità viene preservata quasi automaticamente, mentre la protezione da eventi avversi può contare sul patrimonio evolutivo maturato dalla flora locale, che si è adattata per sopperire alle difficoltà tipiche di un dato territorio.

L’intervento dell’uomo conserva un ruolo importante, spesso necessario. Un recente esperimento di ripristino nell’Amazzonia meridionale ha messo in luce l’importanza di rimuovere attivamente gli ostacoli alla rigenerazione naturale, ad esempio attraverso il controllo dell’erba e l’erpicatura. La produzione naturale di sementi deve inoltre essere sufficientemente frequente, e la messa a dimora di alcuni esemplari in aree selezionate può accelerare il processo di rigenerazione spontanea. Le aree più deteriorate e dal suolo sterile hanno bisogno di interventi più aggressivi.

Altro snodo da cui passa la conservazione del patrimonio boschivo è incoraggiare il senso di appartenenza delle comunità locali. L’esperienza di gestione dei beni comuni ce lo insegna ormai da diverso tempo: le iniziative di community-based forestry monitorate dalla FAO degli ultimi 40 anni hanno dimostrato un generale aumento nell’area e densità forestale, oltre che nella sua produttività e biodiversità. Allineare gli obiettivi previsti dalle campagne di riforestazione ai bisogni delle popolazioni locali può aumentarne le probabilità di successo a lungo termine.

Infine, rinforzare i meccanismi di prezzo dell’anidride carbonica darebbe il giusto incentivo finanziario per valorizzare le foreste oltre al loro apporto in termini di legname, contribuendo a ridurre le distorsioni che ci hanno portato a preferire impianti monoculturali alle foreste originarie già esistenti. 

Perché piantare alberi non basta

AlberItalia è un consorzio promosso dalla Società di Selvicoltura ed Ecologia Forestale e Slow Food, con lo scopo di contrastare i cambiamenti climatici attraverso soluzioni nature-based. Il primo dei suoi “Principi per lottare contro la crisi climatica piantando alberi”, illustrati in un breve vademecum, è proprio questo: piantare alberi da solo non basta. 

A titolo di esempio: se si ripristinasse la superficie forestale risalente a 5000 anni fa, circa 200 miliardi di tonnellate di CO2 sarebbero sequestrate dall’atmosfera. Sembrano tante, ma ammontano appena alle emissioni globali dei prossimi vent’anni ai ritmi attuali. Non ci saranno mai alberi a sufficienza per bilanciare le nostre emissioni globali. 

Il rischio maggiore è che al suono seducente di “soluzioni naturali” ci si illuda di intraprendere azioni più significative di quanto non siano in realtà. I programmi di offsetting – come le promesse di piantare un paio di alberi per “compensare” le emissioni di un viaggio aereo da Roma ad Amsterdam – hanno spesso fallito nel produrre i risultati annunciati, legittimando di fatto il business as usual

È la trappola del net zero. Continuiamo ad emettere oggi, scommettendo sulla capacità di compensare domani. Le soluzioni naturali di contrasto ai cambiamenti climatici devono tornare alla loro aspirazione originaria, quella di proteggere in primo luogo le foreste già esistenti. Mettere a fuoco la portata effettiva delle misure di riforestazione ci mette di fronte al rimedio per cui non abbiamo (ancora) trovato un sostituto: ridurre le emissioni globali.

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