Il bosco come bene comune – una storia centenaria

Giu 26, 2020 | Sostenibilità

Fino allo scorso anno, una sola donna era stata insignita del premio Nobel per l’economia. Il merito principale di Elinor Ostrom fu quello di ribaltare una visione largamente condivisa nei circoli accademici, ovvero che l’utilizzo collettivo delle risorse naturali porta alla loro inesorabile distruzione. La svolta di Ostrom è radicata nella testimonianza di usanze secolari, e un esempio appartiene curiosamente proprio al territorio trentino.

La Tragedia dei beni comuni

Si pensi a un bacino di pesca, una risorsa liberamente accessibile a chiunque si doti di barca e reti, e dunque difficile da proteggere con barriere di alcun tipo. Possiamo prevedere che molti siano tentati di eccedere la quota individuale di pescato che garantirebbe la sostenibilità dei banchi. Salvaguardare la pesca di domani richiede la collaborazione di tutti, eppure ciascuno ha la possibilità di continuare a pescare indisturbato, beneficiando della moderazione altrui ed evitando di limitare il proprio consumo.

È facile intuire che tra gli esiti prevedibili c’è l’esaurimento – l’estinzione.

pesci pesca

La tesi di Ostrom è che non si tratta di una sorte ineluttabile. Nel suo saggio forse più noto, Governare i beni collettivi, viene illustrato il caso di due villaggi agli antipodi – Törbel, Svizzera e Hirano, Giappone. Entrambi hanno condiviso per secoli una gestione collettiva dei boschi e dei pascoli, evitando così che la tragedy of the commons travolgesse i destini di quelle comunità. Il loro successo può essere ricondotto a norme comuni ad organizzazioni completamente diverse, come il controllo collettivo dei canali di irrigazione a Valencia, o la preservazione dei bacini idrogeologici in California.

Potrà risultare sorprendente, ma il Trentino ha fatto ricorso a sistemi straordinariamente simili, codificando fin dal lontano anno 1200 procedure per la gestione del patrimonio boschivo che ne hanno evitato il sovrasfruttamento.

Questo articolo è un breve tributo a quelle antiche tradizioni, il cui spirito guida ancor oggi le associazioni locali con cui collaboriamo per la piantumazione dei nuovi alberi.

L’amministrazione dei boschi alpini… nel Medioevo

Questa peculiare vicenda trentina è stata proiettata sul panorama internazionale da Marco Casari, professore di Politica Economica presso l’Università di Bologna. Quanto segue riprende un suo articolo in particolare, cui rinviamo i lettori più curiosi.

bosco alpino

Dato che ci concentreremo sulla gestione del bosco, è bene ricordare che il legno era fino a non molto tempo fa una risorsa preziosa: una fonte combustibile, un materiale di costruzione, e una merce. Le comunità dovevano dunque far fronte a pressioni interne per un utilizzo eccessivo del legname, così come ai tentativi da parte di membri esterni alla comunità (foresti) di appropriazione indebita.

Nel territorio trentino, ciascuna comunità locale sviluppò nel tempo delle norme informali per gestire le risorse economiche comuni, ma queste non riuscivano a tenere alla larga i foresti, giacché non v’era un’autorità superiore cui rivolgersi per dirimere le dispute tra valligiani. Uno svantaggio ulteriore del sistema informale consisteva nella scarsa capacità di aggregare informazioni a beneficio dell’intera comunità, il che rendeva più difficile catturare i trasgressori o giustificare una loro condanna. A partire dal XIII secolo, alcune realtà cominciarono ad adottare le cosiddette Carte di regola, che codificavano e miglioravano quell’insieme di regole informali.

I principi di una gestione sostenibile

Cosa prevedevano le Carte nel concreto? Innanzitutto, escludevano formalmente i foresti dall’utilizzo dei beni comuni: l’amministrazione delle controversie interne alla comunità divenne indipendente dall’autorità del Principato Vescovile di Trento, ma quest’ultimo continuava a fungere da garante per l’applicazione delle Carte tra collettività distinte.

Le Carte sancivano una comunanza di decisioni per mezzo di un’assemblea e di rappresentanti eletti, stabilivano l’adozione di un sistema di sorveglianza e di risoluzione delle controversie, includendo un registro comune per preservare la memoria collettiva. La sorveglianza era effettuata da guardiani, che avevano il potere di multare i trasgressori, incassando personalmente una parte dell’ammenda.

risorse comuni

Queste norme si sovrappongono esattamente agli otto principi delineati da Ostrom per la gestione sostenibile delle risorse comuni. Incoraggiando il monitoraggio reciproco e instillando un senso di comune partecipazione attraverso la deliberazione collettiva, questo particolare insieme di incentivi ha permesso a piccole comunità di utilizzare in maniera equilibrata le proprie risorse comuni attraverso i secoli.

La sfida dei beni comuni nel XXI secolo

Abolite da Napoleone nel 1805, le Carte sono un’eredità di cui indirettamente continuiamo a beneficiare: sono istituzioni frutto di una ricerca lenta e necessaria, ed insegnano ad avere come obiettivo la preservazione del territorio entro il quale ci muoviamo.

Le condizioni esterne sono mutate, e il motivo delle Carte è venuto in gran parte meno – non quello però dei principi che le animavano, ai quali è doveroso ispirarsi per continuare a prendersi cura del patrimonio comune. Mano a mano che la complessità e l’interconnessione hanno unito i destini di molteplici comunità in organismi sempre più estesi, le criticità nella gestione dei beni comuni si sono fatte più serie. I meccanismi grazie ai quali la preservazione del patrimonio naturale ha avuto successo si stanno rivelando inadeguati: la liquidità sociale allenta la possibilità di un controllo reciproco che parta dal basso, moltiplicando le azioni di breve respiro.

La tutela dell’ecosistema richiede soluzioni nuove, ed è anche rivolgendo il nostro sguardo all’indietro, che un margine di speranza può essere ricostituito.

 

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