La tempesta Vaia: un racconto in prima persona

Ott 23, 2020 | Sostenibilità

“Sentivo il rumore dei tronchi che si spezzavano, degli alberi che cadevano attorno a me. Sembrava che la montagna stesse per franare.”

La tempesta Vaia continua ad accompagnarci attraverso i segni lasciati sui territori dell’arco alpino. Quei giorni di fine ottobre 2018 rimangono impressi nella memoria di chi l’ha vissuta – come la nostra Federica, che ben ricorda quel suono agghiacciante di alberi che cadono, nei boschi adiacenti casa.

Si è trattato di un evento che ha ricevuto discreta attenzione negli ultimi due anni, anche per la sua anomalia. Abbiamo ricapitolato altrove il formarsi della depressione atmosferica e i suoi effetti, e perché la comunità scientifica ha scelto di chiamarla proprio così

A quasi due anni di distanza, crediamo che raccontarla da dentro restituisca un significato più intimo, specialmente a chi si è avvicinato alla vicenda solo di recente. Ecco come in Vaia abbiamo vissuto i giorni della tempesta in prima persona.

Preludio

Lunedì 29 ottobre 2018. Il bollettino della Protezione Civile del giorno precedente aveva già fatto scattare l’allerta, come ricorda Federico, co-founder di Vaia. Già da qualche giorno svariate amministrazioni comunali avevano sconsigliato di bere acqua dal rubinetto, l’ingrossamento dei torrenti aveva messo alla prova i sistemi di filtraggio e depurazione.

Il razionamento, frequente per molti abitanti delle Sud- e Centro-Italia, è un’evenienza rara per una provincia come quella di Trento, che non ha problemi di approvvigionamento idrico e che ricava il 90% del consumo di energia elettrica da centrali idroelettriche.

tempesta

Lo sviluppo drammatico del meteo era talmente inaspettato che l’organizzazione del cineforum presso il teatro di Pergine viene confermata. La nostra Marianna era lì, e ha una ricordo vivido di quella serata. Prima che la proiezione possa iniziare, diventa chiaro a tutti la portata di ciò che sta per accadere: la corrente elettrica salta in tutto il paese, fuori è buio pesto, appena si riconoscono le panchine in ferro battuto del bar adiacente che camminano, spostate dalla forza del vento. In quei minuti di indecisione, guizzano solo i lampeggianti delle camionette dei vigili del fuoco, intervenuti per liberare il viale da un tronco abbattuto. 

Non rimane che tornare a casa, augurandosi di non rimanere bloccati lungo la strada. Oltre al buio, intorno il silenzio. La situazione è surreale, persino per un paese che non fa della movida il proprio tratto distintivo. Un’immagine divenuta oggi quasi familiare, fresco com’è il ricordo di passaggi urbani deserti e desolati.

Entrati in casa, un solo suono ad accompagnare la veglia notturna: il fischio penetrante del vento sovrasta ogni altro rumore, ed è tanto costante da assumere una consistenza propria. Chi risiede delle zone più colpite può sentire i lamenti del legno che si tende, fino a spezzarsi. Il crescere silenzioso del bosco cede il passo a fragorosi, drammatici tonfi. Non resta davvero che aspettare il sorgere del sole.

Il giorno dopo la tempesta

Il “giorno dopo” racchiude tutto ciò che la tempesta Vaia ha lasciato nella memoria collettiva

Il giorno dopo, rimangono le linee telefoniche interrotte, la mobilità bloccata, l’assenza di elettricità. Vengono meno la possibilità di comunicare, di tornare alla propria abitazione o di andare al lavoro, e quell’insieme di elettroni belli ordinati su cui giorno per giorno basiamo gran parte della nostra quotidianità. Alcune località del Bellunese subiscono le conseguenze peggiori, con smottamenti che provocano isolamenti lunghi anche diversi giorni.

Il giorno dopo è anche un turbinio di messaggi sui telefoni di chi in quei luoghi ci è cresciuto ed ha famiglia, e che ora studia o lavora altrove. La difficoltà nel reperire informazioni certe, esacerbata dal blocco delle comunicazioni, rimbalza da una chat all’altra, in cerca di conforto.

val cavelonte

Ma il risveglio riserva innanzitutto un paesaggio stravolto: alzando lo sguardo la linea della montagna, fino ad allora morbida e tondeggiante per le chiome degli abeti, appare spezzata, con qualche fusto sparuto sopravvissuto alle sferzate di oltre 190 km orari.

Il risveglio racconta gli effetti del disastro in maniera nitida, inequivocabile. Se prima di coricarsi i danni si potevano solo immaginare, è con la luce del sole che la conta ha inizio. Il vento continuerà a soffiare durante la giornata di martedì, ma i segni sono già tutti lì. Solo le immagini possono rendere giustizia alla devastazione, e molte volte neppure quelle. Spesso l’unico antidoto all’incredulità (o all’apatia) è recarsi sul posto.

Vedere con i propri occhi

Per Federico, il rientro sui luoghi di Vaia è una questione di pochi giorni. Di ritorno da Ferrara, dove sta trascorrendo il periodo di stesura della tesi, una domanda in particolare si fa strada: come saranno stati ridotti i luoghi in cui sono cresciuto? Quanto dei paesaggi che incorniciano i miei ricordi sarà rimasto integro?

Andiamo a vedere”. Non capita tutti i giorni di chiamare i propri migliori amici per comunicare queste semplici parole – ho bisogno di osservare con i miei occhi quanto è successo, sono pronto a far entrare quelle immagini dentro di me, ma venite anche voi. Purtroppo le strade per salire alla piccola baita in Val dei Mocheni sono ancora bloccate, sarà necessario attendere ancora qualche giorno per rivederla. 

vallata-tempesta-vaia

La tempesta Vaia però non ha fatto colpo solo sui residenti. Giuseppe, co-founder assieme a Federico e Paolo, è un ragazzo siciliano che come tutti ha conosciuto gli effetti Vaia attraverso i servizi del TG. Quei giorni di trambusto avevano sconvolto tutt’Italia: estesasi l’ondata di maltempo all’intera Penisola, i disastri si sommavano l’uno all’altro. Con una sensibilità anestetizzata da tanti avvenimenti, è normale che la notizia sia stata consumata e accantonata.

Qualche mese dopo, a gennaio 2019, Federico gli mostra in videochiamata un amplificatore passivo di legno, raccontando il modo in cui quel piccolo oggetto è legato alla tempesta che ha appena investito le Alpi centro-orientali. Anche per Giuseppe giunge il momento di toccare con mano gli effetti di Vaia.

Nasce VAIA Cube

La visita in Trentino è per Giuseppe un punto di svolta. Il contrasto tra le vallate intatte e quelle distrutte espongono in piena luce la ferita del territorio. Quel cimitero di alberi è un segno tangibile di un bosco che, vissuto come una seconda casa dai residenti, ha ora cessato di essere rifugio per la comunità. 

Da quella visita, il progetto si trasforma dal gioco nato da una condivisione tra amici a una visione in cerca di struttura imprenditoriale, poiché può fare la differenza. “Cercate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l’avete trovato”, scriveva Baden-Powell nel suo ultimo messaggio. Vaia Cube rappresenta una sfida molteplice, che unisce il tema dell’imprenditoria giovanile a quello della sostenibilità e dell’economia circolare. Ad oggi, oltre diecimila persone hanno sposato il progetto e portato a casa un piccolo pezzo di quella foresta lacerata.

vaia ripiantumazione

Talvolta, perdere la speranza è il modo per riappropriarsi di ciò che più ci sta a cuore. I paesaggi colpiti continueranno a serbare la ferita per qualche decennio a venire, ma per molti Vaia è stata occasione di rinascita, di costruire un rapporto nuovo con un territorio ormai mutato. La resilienza mostrata dalle comunità locali mostra che tali shock richiedono aggiustamenti spesso dettati dalla necessità, facendo al contempo spazio a soluzioni più in sintonia con lo spirito del tempo. In VAIA continuiamo ad ispirarci ai valori che ci hanno mossi fin dall’inizio, da quella notte di fine ottobre, sempre più lontana eppure ancora così vicina. 

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